Route Estiva 2002
Sarajevo

"La terra non l’abbiamo ereditata dai nostri padri,
l’abbiamo presa in prestito ai nostri figli,
ai quali dovremo restituirla."

perché…

Sarajevo, capitale della Bosnia Erzegovina. Città martire della guerra nei Balcani. Quattro anni di guerra (terminata nel 1995), circa 20 mila morti (tra cui 2 mila bambini), 50 mila feriti, oltre 4 milioni di granate piovute... Dopo il bombardamento mass-mediatico delle prime settimane, seguiti al termine del conflitto, la questione Sarajevo è oggi inevitabilmente passata in secondo piano. Scalzata dalla cronaca da altri fatti, certo non meno importanti (il Kosovo e i suoi drammi su tutti). Per la capitale bosniaca c’è però chi ancora si adopera, in sordina, forte nella volontà di restituire a questo crogiuolo di etnie e colori diversi il fascino e la serenità di un tempo.

Sarajevo è l’ombelico del mondo in cui si incontrano nord e sud, cristiani e musulmani, cultura asburgica e cultura turca. Sarajevo è contemporaneamente il fulcro di un incontro-scontro tra est e cultura occidentale, comunismo ed economia di mercato, cultura ortodossa e cattolicesimo.

Quale terreno migliore per proiettare l’immagine delle nostre città in un futuro multietnico e multiconfessionale? Un futuro prossimo in cui la diversità non è minoranza, ma uguaglianza?

In questa città, quasi profetica qualcosa è esploso dando origine ad una guerra.

Guerra è un’altra parola chiave a cui dare un significato educativo. A casa tutto è inconcepibile o spiegabile semplicisticamente e falsamente con la teoria dei buoni o dei cattivi. Solo vivendo l’esperienza del confine, delle due parti sì può percepire qualcosa, soprattutto sul piano irrazionale. Fare amicizia con gli studenti serbi e, contemporaneamente, vivere l’accoglienza della città mussulmana, fa scoprire sensazioni che conducono a risposte, non altrimenti percepibili.

Sarajevo è solo una delle tante situazioni proponibili, sicuramente è il palcoscenico più vicino, in cui il ragazzo diventa protagonista e non spettatore, è il luogo in cui i conflitti e gli abbracci sono stati e sono tuttora tangibili. Sarajevo è soprattutto luogo di incontro, di conoscenza e di condivisione.

cosa…

Le aree di intervento sono ai margini della città con tre sottocampi nei tre quartieri a diversa prevalenza religiosa: musulmana, cattolica e ortodossa.
Si dorme nelle scuole, cosi si sta tra la gente, con gli studenti.
Si lavora con i ragazzi, con i bambini, con le persone incontrate per strada, facendo attività di ricostruzione ed animazione ogni mattina.
Si mangia cibo bosniaco cucinato da cuoche locali che diventano parte del ns. quotidiano, e si scopre la città incontrando, nel pomeriggio personaggi. Ci conoscono e ci aspettano i giornalisti dell’Oslobodenje, il sindaco ed i vicesindaci, la responsabile per lo sviluppo turistico della città, l’ex membro del consiglio di presidenza della Yugoslavia, l’insegnante di ecumenismo al seminario di Sarajevo, il rabbino, il cardinale, gli amici e tantissime altre persone.
Alla sera, si parla, si gira la città con gli amici studenti bosniaci, si verifica, ci si confronta tra sottocampi, si fanno spettacoli nelle piazze della città, si accolgono e si salutano quelli degli altri turni.

… tutto in dieci giorni.

“ Come Dio deve ridere delle piccole differenze che noi uomini istituiamo tra noi mascherandole con il pretesto della religione, della politica, del patriottismo o della classe sociale, e trascurando il legame di gran lunga più importante, quello della fraternità dell’unica famiglia umana!” (B.P. Taccuino)

come...

Portando:

- Un minimo di preparazione
- Un cervello, ma anche un corpo, pronti ad essere bombardati di stimoli.
- L’umiltà di non sapere;
- La voglia di scoprire;
- La voglia di emozionarsi;
- La presunzione di raccontare agli amici quanto non hanno raccontato le televisioni;La quota;
-
Un passaporto;
-
Un pochino di inglese;
-
Un sacco a pelo ed una gavetta;
-
Un programma di animazione per bambini, semplice e malleabile dai mille imprevisti;
- Qualche competenza manuale

... e tanta, tanta umiltà visto che entriamo in 200 in casa d’altri, in punta di piedi, per imparare, senza disturbare;

Solo allora, se lasceremo anche qualcosa, questa sarà ben accetta.

quando…

Sarajevo Bosnia-Erzegovina
dal 26/07/2002 al 28/08/2002
turni di 10 giorni
partenza da Ancona ogni venerdì ore 18.00
partecipanti circa 200

attività di servizio, ricostruzione, animazione e contatti diretti con le mille realtà contraddittorie delle sue diverse popolazioni nella zona musulmana di Dobrinia, nel quartiere cattolico di Stup e nelle zone di Lucavica e Tilava (rep. Serba)

Uscita di formazione 25/26 maggio 2002

Per la realizzazione di questo progetto abbiamo bisogno di un contributo di materiale da ricostruzione, materiale per insegnamento e ludico per i bambini che sarà donato alle famiglie e alle scuole che ci hanno ospitato.

Grazie

CONCLUSIONI CLAN STELLA ALPINA

Al momento della partenza eravamo carichi di speranza, ma soprattutto pieni d’aspettative. Sapevamo di andare incontro ad un’esperienza che ci avrebbe cambiato per sempre la vita e fatto rinascere a persone nuove. E in questo senso le nostre aspettative non furono deluse affatto. Per il resto, invece, la realtà in cui siamo stati calati è andata al di là dalle nostre semplici aspettative, ben oltre i limiti delle nostre piccole insignificanti menti. Solo adesso capiamo cosa significhi che il mondo è diviso tra un “Qui” e un “Lì”e che la gente di qui non potrà mai capire cosa sia avvenuto “Lì”, anche perché, a dire il vero, anche noi ancora ce lo stiamo chiedendo.

Ci avevano detto di entrare in punta di piedi in una terra che non ci apparteneva, ma che adesso tutti chi più chi meno sentiamo come nostra.

Ci avevano detto di “VEDERE, GIUDICARE, ed AGIRE”. Bhè, quanto al vedere, a Sarajevo, cose ce ne sono ed anche parecchie, dai segni delle granata sull’asfalto ai buchi delle bombe nei muri delle case. La guerra sembra non aver risparmiato proprio niente, tanto meno il cuore della gente. E di occasioni per ascoltare le persone parlarci di quest’assurda guerra e farcene una propria opinione ne abbiamo avute. E non importa da quale parte stia il torto o la ragione: non c’è ideale che valga una guerra perché non c’è ragione che giustifichi il sacrificio di una vita umana. E ciò che più rattrista il cuore è pensare che sia necessaria la presenza delle forze dell’ONU per garantire la pace, la fiamma dell’odio giace sotto le ceneri, pronta a riaccendersi e a sprigionare ,ancora una volta,la sua potenza devastatrice. Quanto all’agire, è chiaro che la nostra presenza a Sarajevo non era legata nè all’animazione con i bambini, ne alla ricostruzione delle case; non del tutto almeno. La sola cosa sensata che potessimo fare stando lì era quella di essere testimoni con la nostra presenza , di un nuovo messaggio di pace, che facesse comprendere che i rapporti umani vanno oltre i limiti di razza, cultura e religione che talvolta la società impone, che certe barriere è giusto che siano superate nel rispetto della dignità umana.La sola cosa sensata che possiamo fare stando qui è trasmettere agli altri la nostra esperienza, forse in modo che la gente veda Sarajevo come noi l’abbiamo vista, e sperare che, così facendo , la storia non debba ripetersi. E anche se la cronaca attuale ci induce a sperare esattamente il contrario non dobbiamo mai smettere di pensare che il mondo, come giustamente suggerisce B.P. non possa essere lasciato migliore di come lo si è trovato.

 

Per Informazioni: http://www.progettosarajevo.org/default.htm